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Storia


Il termine “Platì”, secondo la tradizione, risale alla voce “prati”, invece altri fanno derivare il nome dall’etimo greco “platus” che significa largo, ampio, esteso da cui sarebbe spiegata anche la topografia della valle; Altri ancora sostengono che il termine Platì deriva da “pratos” cioè venduto, per indicare il passaggio del feudo da un possedente all’altro. 

Lungo i fianchi dell’Aspromonte orientale, si diparte da Monte Scorda, verso il mare Jonio, una dorsale, con pendio prima lieve e poi più ripido, che raggiunge la valle in cui scorre l’impetuoso torrente Careri. Là dove il torrente si contrae in una specie di strozzatura, sorge Platì, la cui origine dovrebbe risalire al XVI secolo. In quel periodo, mancando ai centri arroccati sui monti, ogni possibilità di espansione demografica, ebbe inizio l’esodo degli abitanti verso le valli, con la conseguente formazione dei primi agglomerati urbani. Nel 1496 il re Federico d’Aragona  concesse al conte Tommaso Marullo alcune foreste, riservandosene l’uso per l’allevamento delle giumente reali. Poi, verso il 1507, Ferdinando il Cattolico rivendeva le foreste allo stesso conte, sotto vincolo del pagamento del canone, alla scadenza di sei anni. Secondo una comparsa anonima feudale, esisteva allora, fra quelle foreste, “quoddam territorium nominatum del Plati et de Sancta Barbara” lo stesso che il re aveva venduto precedentemente (20 febbraio 1505) a don Carlo Spinelli. Da una situazione così aggrovigliata, scoppiarono interminabili liti tra il Conte Marullo e don Carlo Spinelli, protrattesi per decenni, e riguardanti la delimitazione dei confini e delle rispettive pertinenze territoriali. Senonchè, nel 1517, Carlo V e la regina Giovanna confermarono definitivamente a don Carlo Spinelli, le terre del Fondaco di Platì e di Sancta Barbara. Gli succedette il figlio Pirro Antonio che verso il 1546 fece costruire, nella valle del “flumen Chareria”, le prime rozze capanne di pastori costituenti il primo nucleo urbano.

 A Pirro Antonio, fondatore di Platì, tenne dietro, nel 1555, il figlio Carlo, il quale, pagando il relevio, venne investito dei beni paterni, ottenendo nel 1557 il titolo di duca sullo stesso feudo. Disavventura volle, però, che il crescente sviluppo del nuovo abitato suscitasse le invidie e le gelosie del conte Vincenzo Marullo, nipote di Tommaso e figlio di Giovanni. La contesa si trascinò, così, per alcuni anni, finchè, nel 1568, il Sacro Regio Consiglio riconobbe i diritti a Carlo Spinelli, ratificati ed omologati anche dal conte Marullo, in omaggio alla volontà del sovrano. Nel frattempo (1565) era rimasta erede della contea di Cariati, donna Francesca, figlia di Giovanni Spinelli, la quale, in seguito a dispensa apostolica, potè sposare Scipione, figlio di Carlo e duca di Seminara. Fu lui, difatti, ad assumere, nel 1569, i diritti ereditari sul casale di Motta Platì.

Nel 1631, il detto casale fu visitato da don Giovanni Mottamoros che, in sede di visita fiscale, vi eseguì un censimento della popolazione accertando la presenza di 80 famiglie e di 210 abitanti. Nel 1642 un nuovo censimento vide decrescere la popolazione a 132 abitanti, dediti, per la maggior parte, alla pastorizia. Oltre ad un esiguo gruppo di case, esistevano, allora, due chiese, più un carcere ed una sola via di transito. Durante il terremoto del 5 febbraio 1783, il nuovo centro che contava 1143 abitanti, subì la distruzione di gran parte dei suoi edifici, con 25 vittime e danni considerevoli per l’ammontare di 100.000 ducati.  

Nel 1861 il territorio di Platì fu teatro di un sanguinoso brigantaggio capeggiato da Ferdinando Mittiga, il quale aveva inquadrato nella sua banda, grosse schiere di contadini, di renitenti alla leva e di delinquenti comuni, al fine di provocare la reazione contro il nouvo Stato unitario italiano. Tale banda fece credere ai legittimisti di Francia e di Napoli, che il Mittiga disponesse di forze ingenti, sicchè fu inviato il generale spagnolo Josè Borjes, con altri 22 ufficiali, che avevano il compito di galvanizzare le velleità combattive dei banditi.

Ma la spedizione militare non potè che fallire, determinando l’uccisione del Mittiga e la fuga del Borjes. Si concluse così, tristemente, uno dei tanti episodi di brigantaggio politico, fenomeno non trascurabile della questione meridionale, dalla quale, peraltro, non andavano disgiunte le cause di ordine economico e sociale.

A distanza di un secolo dall’unità d’Italia, il comune di Platì ha visto il graduale aumento della sua popolazione, nonostante il salasso di due grandi guerre, la forte spinta migratoria verso il Nord, l’Australia e le Americhe e i rovinosi effetti delle più recenti alluvioni.

L’espansione demografica in atto, accompagnata da vivi fermenti di rinascita, induce alle migliori speranze sull’avvenire economico e civile del Paese, che ha, tra l’altro, un’eccellente posizione geografica, a cavaliere dello Jonio e del Tirreno.





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