Santissima di Loreto, madre nostra…



Platì, 1944. L’Italia è ancora spezzata, la guerra non è finita, le notizie arrivano lente e spesso confuse. Eppure, proprio in quei mesi, qualcuno decide di stampare un santino. Un atto di resistenza culturale e spirituale: mentre il mondo si disfa, la comunità riafferma ciò che la tiene unita.
La Vergine di Loreto, madre e protettrice, diventa ancora una volta il punto fermo.
Sul santino compare chiaramente la data: 6 maggio 1944, con la concessione dell’indulgenza da parte dell’autorità ecclesiastica di Gerace. È un documento che incrocia tre livelli: la storia locale, la storia ecclesiastica e la storia nazionale. In quel momento, alla guida della parrocchia c’era l’arciprete Giuseppe Minniti, in un tempo in cui la Chiesa era spesso l’unico presidio stabile.
Ma intorno a questo santino, mentre viene stampato e distribuito, Platì continua a vivere, tra fatiche quotidiane e destini lontani.
Ci sono le carte dell’amministrazione comunale, fredde, precise, quasi dure. 
E poi ci sono le vite spezzate e disperse dal conflitto.
C’è Antonio Barbaro, nato a Cirella ma legato a questa terra, caporal maggiore della Divisione Sirte, catturato a Tobruk nel gennaio del 1944. Da lì un viaggio che sembra irreale: India, Bombay, poi Australia, campo di Cowra. Musicista, lontano da casa, con la guerra che lo porta dall’altra parte del mondo.
C’è Rosario D’Agostino, partito anni prima per l’Australia in cerca di futuro e ritrovatosi internato nel 1941 come sospetto, lontano dalla sua famiglia. Viene rilasciato proprio nel febbraio del 1944, pochi mesi prima della stampa di questo santino. Mentre a Platì si prega, lui riemerge da una prigionia silenziosa.
E c’è Antonio Carbone, anche lui emigrato, anche lui internato. Passa per più campi, Cowra, Liverpool, Loveday, e torna libero il 31 gennaio 1944. Anche lui, in qualche modo, è contemporaneo a questa preghiera: mentre la carta viene stampata, qualcuno nel mondo torna a respirare.
Il santino, nella sua fragilità fisica, racconta anche questa geografia invisibile: un paese piccolo, ma con fili che arrivano fino alla Libia, all’India, all’Australia. La devozione non resta ferma: viaggia insieme alle persone. La scelta della Madonna di Loreto non è casuale. Il culto lauretano, legato alla Santa Casa e alla tradizione del trasporto miracoloso, ha sempre avuto una forte diffusione popolare, soprattutto in contesti segnati dall’incertezza e dal bisogno di protezione. E in un paese come Platì, fatto di migrazioni, partenze e ritorni, quella casa “portata dagli angeli” assume un valore simbolico potentissimo: una casa che si muove, come si muovono gli uomini.

Ecco la trascrizione della preghiera presente sul retro del santino:



“Preghiera alla Vergine di Loreto
Santissima di Loreto, [...] madre nostra, voi che agli altri titoli con cui il popolo cristiano v’invoca avete voluto aggiungere ancora quello di Vergine Lauretana col far trasportare dagli Angeli a Loreto nella nostra cara Italia quella fortunata casetta che tante volte vi ha visto in profonda preghiera, che ha assistito allo svolgersi del più grande dei misteri della nostra santa religione, l’Incarnazione del Verbo Divino nel vostro purissimo seno quando l’Angelo vi salutò: «Ave o piena di grazia»; voi, o Vergine, che avete dimostrato tanta predilezione per la nostra cara Patria, sede del Vicario di Gesù Cristo; voi che avete ispirato ai nostri padri di eleggervi come Protettrice e che attraverso il corso di quattro secoli sempre avete dimostrato la vostra benevolenza verso questo popolo in ogni frangente; vi preghiamo, o Madre Santissima, di continuare a proteggerci, quantunque peccatori, mostrandovi sempre vera nostra Madre in tutti i pericoli dell’anima e del corpo, affinché vivendo da veri vostri devoti in terra, possiamo un giorno godervi eternamente in Cielo. Così sia. Ave Maria.

Platì, maggio del 1944.

Visto si concede l’indulgenza di 100 giorni.
Gerace, 6 maggio 1944.
† G. B. Chiappe, Vescovo
A cura dell’arciprete Mons. Giuseppe Minniti
Ditta Francesco Rinaldini e Figli”

Questo testo ha un tono fortemente identitario: non è solo una preghiera, ma una dichiarazione di appartenenza. Si parla esplicitamente della “nostra cara Patria”, del Vicario di Cristo, della protezione nei secoli. È un linguaggio che riflette la teologia e la sensibilità del tempo, ma anche una comunità che, pur dispersa nel mondo, continua a percepirsi come un unico corpo. 
E poi c’è l’immagine sul fronte.
La fotografia della statua, oggi restaurata, è forse l’elemento più emozionante. Quella stampa sgranata, segnata dall’umidità e dal tempo, restituisce una Madonna seduta, con il Bambino, in una composizione che richiama modelli iconografici tradizionali ma reinterpretati in chiave locale. Non è un’immagine astratta: è la Madonna di Platì, quella davanti alla quale si prega, si accendono candele, si affidano figli, partenze e ritorni.
Il restauro recente della statua crea un ponte straordinario tra passato e presente. Ciò che nel santino appare quasi consumato, oggi riemerge nella sua forma e nei suoi colori. È come se la comunità avesse restituito voce a un’immagine che non ha mai smesso di parlare. E forse, guardandola oggi, possiamo immaginare meglio anche lo sguardo di chi, nel 1944, stringeva tra le mani questo piccolo cartoncino. E forse, proprio in questo sta il suo valore più profondo: mentre tutto cambia, questo piccolo cartoncino consunto continua a dire, con voce discreta ma ostinata, che Platì non ha mai smesso di riconoscersi nelle proprie radici e nella propria fede.

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